
Il pugile sinti che danzò contro il nazismo
In lingua romanì “Ruk” significa albero. Johann Trollmann, pugile tedesco con uno stile “poco tedesco”, fin dall’inizio viene ribattezzato Rukeli. Chioma riccia e mora, fisico solido, sempre in piedi sul ring. Anche quando di fronte a lui si trova la voragine umana.
Johann Trollmann nasce il 27 dicembre 1907 ad Hannover, da una famiglia tedesca di etnia sinti. Già all’età di otto anni mostra il suo talento. Viene seguito da un allenatore che potenzia il suo stile, grazie al quale, pochi anni più tardi, è destinato a diventare uno dei pugili più richiesti nel panorama tedesco. Trollmann ha un modo di muoversi e di porsi sulla scena che si ritroverà solamente molto tempo più tardi, con Muhammad Ali. È veloce, leggero nei movimenti, sembra portare le movenze della danza e i rituali sinti sul ring. Saltella intorno all’avversario, lo disorienta, lo sfianca per poi sferrare un colpo agilissimo e decisivo, quello che lo porta immancabilmente alla vittoria. Perché Johann vince in continuazione. Dopo aver fatto esultare i suoi tifosi in quattro campionati regionali viene selezionato per le Olimpiadi a Stoccolma del 1932. Ma resta a casa. Al suo posto viene chiamato un pugile di Amburgo che Trollmann aveva più volte battuto. La spiegazione, l’aver uno stile «poco tedesco», annuncia i tempi bui versoi quali la Germania si sta incamminando.

Ma la tecnica si affina, e la fama cresce: il primo combattimento da professionista contro Willy Bolze lo vince per k.o. alla quarta ripresa. Gareggia contro i più forti: pareggia contro l’americano Baisley, trionfa contro l’olandese De Boer e l’argentino Russo. Ma il 30 gennaio 1933 la traiettoria di Trollmann si scontra con qualcosa di più grosso di lui: in Germania sale al potere il partito nazionalsocialista. Il suo capo, Adolf Hitler, ama la boxe. Nel suo libro Mein Kampf scrive: «nessun altro sport desta un così grande spirito d’assalto, esige così fulminea decisione, rende forte e flessibile il corpo». L’esempio perfetto della razza germanica che intendeva creare per mezzo della retorica nazista.
Tutto cambia rapidamente. La boxe viene ribattezzata “Deutscher Faustkampf” (pugilato tedesco) e i club di boxe in Germania vengono in fretta riorganizzati ed arianizzati. Il corpo di Trollmann, diverso da quello stereotipo, si trova in mezzo. Il 9 giugno vince l’incontro contro il biondissimo tedesco Adolf Witt, ma il presidente dell’Associazione Pugili Tedeschi chiede ai giudici di convalidare una parità di punteggio. Il pubblico protesta rumorosamente obbligando la commissione a confermare il titolo al legittimo vincitore. Di fronte a quella solidarietà Trollmann si commuove. E proprio quello sarà l’appiglio per la Federboxe per scrivere, dopo otto giorni che, piangendo, Johann «ha assunto un atteggiamento pietoso, in netto contrasto con le regole di questo sport». Quegli stessi movimenti, quella danza che aveva fatto di lui un pugile amatissimo dal suo popolo, ora improvvisamente vengono definiti «scimmieschi», «animaleschi», e il suo stile «effeminato». La federazione gli impone di combattere di nuovo, il 21 luglio, contro Gustav Eder. Ma non solo: a Trollmann viene proibito di boxare nel suo stile alla Clay (volare come la farfalla, pungere come l’ape). Deve rimanere inchiodato al centro del ring. E il pubblico, quel giorno, assiste a qualcosa di più di un semplice incontro di boxe. Sarà un’istantanea fuori dal tempo in cui l’orgoglio e il coraggio di un pugile che passerà alla storia incontra sul ring la voragine umana. Johann si presenta con i capelli biondi ossigenati, il corpo cosparso di farina. Quando cade al tappeto si solleva un nuvolo di polvere bianca. Trollmann, che il nazismo vuole piegare, ha appena messo in scena la parodia del pugile ariano, dimostrando chi è il più forte.

Non salì più sul ring come professionista. Partì per il fronte per poi venirne escluso per un decreto che vietava ai rom e ai sinti di combattere nella Wehrmacht. Prima arrestato, poi sottoposto alla sterilizzazione come da legge nazista, poco dopo finì nel campo di concentramento Neuengamme, vicino ad Amburgo. Riconosciuto da una SS, Albert Luktemeyer, ex arbitro di pugilato Trollmann venne obbligato a combattere, ormai sottopeso e sfinito dal lavoro, contro i suoi aguzzini, tra le ironie e gli insulti del pubblico. Spostato nel lager di Wittenberge gli venne organizzato un incontro contro Emil Cornelius, un kapò. E qui Trollmann dimostrò ancora una volta di non essersi mai arreso. Vinse l’incontro. Il suo corpo venne trovato senza vita pochi giorni dopo, il 9 febbraio 1943, nei campi di lavoro. La sua morte fu spacciata per accidentale ma fu un altro prigioniero, Robert Landsberger, testimone oculare dell’omicidio, a fare il nome dell’assassino: quello dello sconfitto Cornelius.

JOHANN TROLLMANN
La cintura da campione tedesco dei mediomassimi arriverà con settant’anni di ritardo, nel 2003, consegnata dalla federazione tedesca alla figlia Rita, grazie a una forte movimento popolare che non ha dimenticato Johann Rukeli Trollmann.

